ALESSANDRO CALVI. GIORNALISTA

Gibellina è bianca, bianchissima, come la solitudine

di Alessandro Calvi / 15 gennaio 2018 / Paracarri

Son cinquant’anni dal terremoto del Belìce; pensando al terremoto in Appennino, oggi, e a ciò che c’è attorno; pensando alle Marche, all’Abruzzo, al Lazio, all’Umbria; pensando, infine, a Danilo Dolci. Tratto da Paracarri – Cronache da un’Italia che nessuno racconta, di Alessandro Calvi [Rubbettino editore, 2015].

A Gibellina − Gibellina la nuova − sembra che non ci sia nessuno. Le strade sono larghe, c’è troppo spazio, non ci sono alberi, non c’è ombra, non si può passeggiare come lo si fa altrove. A Gibellina, soprattutto, c’è troppa luce, e per tutta questa luce, Gibellina è bianca, bianchissima, quasi accecante; come la solitudine.

Così, Gibellina la nuova è oramai da buttare e, anzi, è stata da buttare sin da quando nacque, giacché è da quell’istante che essa giace come morta, mostrando all’uomo come il riscatto dalla morte non si possa cercare soltanto nel sublime dell’opera d’arte − poiché sarebbe per l’uomo come volersi fare dio − ma prima di tutto nell’esistenza, la quale va ricomposta ricostruendo prima le condizioni della vita quotidiana. E per questo Gibellina la nuova, più d’ogni altra cosa, fu un desiderio, poi una splendida illusione, infine, e soprattutto, un peccato di ùbris e, insieme, la punizione stessa per quel peccato.

Nacque altrove, la nuova Gibellina. Dopo il terremoto si decise di traslocare tutto il paese sul fondovalle, strappando i contadini alle loro terre, completando l’opera di annientamento di una intera comunità iniziata dalla natura. Il vecchio paese se ne sta ancora oggi disteso sulle colline dov’era sempre stato ma oramai solitario; e anch’esso è diventato null’altro che una enorme opera d’arte. Chi l’ha visto, difficilmente lo dimentica: è il Cretto di Burri.

Nacque bianchissimo di calce, eppure oggi, visto dall’alto, appare come una macchia opaca, come fosse il fondo d’una pozzanghera fangosa e prosciugata dal sole, poiché il cemento col quale Alberto Burri rivestì ciò ch’era rimasto del vecchio paese e delle strade − come a farne una infinita lapide che costringesse a ricordare − è oramai scalcinato per l’incuria, e ha virato verso un grigio esausto.

Anche Gibellina la nuova si fatica a dimenticarla, ricostruita a qualche chilometro da lì; […] quando s’arriva ecco altro cemento, ma inutile qui, ed ecco che esplode la luce e si comprende la distanza tra un luogo cresciuto attraverso il tempo e la stratificazione dell’esistenza e infine morto − come è Gibellina la vecchia, e come è proprio di ogni cosa che abbia a che fare con l’uomo − e quel tentativo d’eternarsi che l’uomo compì a Gibellina la nuova, come per vendicarsi della natura che col terremoto del gennaio 1968 lo aveva seppellito. Ma fu uno slancio nel quale si eternò infine soltanto la morte.

Eccola, insomma, Gibellina la nuova, povero, inconsapevole avanzo di ùbris architettonica e ideologica. Qui si è costruito ciò che non serviva, ché quando non si ha più nulla, quando il terremoto si porta via tutto, trovare un letto o l’acqua calda conta più d’ogni altra cosa, fosse anche l’arte che qui hanno portato ovunque senza che per questo la città sia davvero tornata a vivere, e senza che per questo la città oggi esista davvero; e infatti tutto ora appare senza speranza, senza radice, senza passato, con un presente incomprensibile e un futuro che fa spavento.

Le belle intenzioni con le quali tutto qui fu messo in opera sembrano aver finito per negare la vita stessa e le necessità dell’esistenza umana. E il risultato è stato così simile, in fondo, a quello del terremoto, soltanto che quello, almeno, è passato, e col tempo il dolore per i morti si andrà ricomponendo sino a sparire, disciolto tra le generazioni, mentre il brutto dell’arroganza rimarrà, e starà qui a ricordare quegli stessi morti e le tragiche illusioni dell’uomo; e tutto ciò resterà per sempre, testimoniato da tutto questo cemento e questo ferro già così inutili, segno della prevalenza delle ragioni della ideologia e della architettura sulle necessità della vita stessa. Ma politica e arte se non si nutrono di vita, e se restano astratte dalle ragioni dell’esistenza, sono soltanto simulacri, cosa nella quale da tempo Gibellina stessa in effetti s’è trasfigurata.

Eccolo, per dire, il famoso sistema delle piazze, arzigogolo d’estrema petulanza architettonica, il quale − vuoto nella sostanza ma chiassoso nella forma − nel confronto con la lapidea compostezza del Cretto evoca il Qoèlet-Ecclesiaste lì dove afferma che «è meglio visitare una casa dove c’è lutto che visitare una casa dove si banchetta». Ma soprattutto evoca l’havèl havalìm: «Vanità delle vanità, dice Qohélet, vanità delle vanità: tutto è vanità»; oppure, nella traduzione di Guido Ceronetti: «Fumo di fumi, dice Qohelét, fumo di fumi, tutto non è che fumo»; e questo di Gibellina la nuova è fumo di cemento che non si dissolve e inchioda l’uomo e lo costringe sotto il sole come una condanna, e oggi, di fronte all’estremo vuoto originatosi da quella idea, non si può non chiedersi se chi edificò questo mostruoso deserto d’umanità − e furono architetti e artisti tra i più noti − abbia mai davvero pensato che qualcuno, infine, avrebbe dovuto abitarlo o se invece l’intenzione degli architetti e degli artisti fosse soltanto quella di edificare un monumento a se stessi, celebrandosi con questa architettura astratta, addirittura violenta nel suo mettere al centro soprattutto se stessa invece che l’uomo, trattato come fosse un semplice accessorio del quale incidentalmente dover tenere conto.

E, insomma, non resta che chiedersi come si pretese che, in questa campagna trasformata d’improvviso in una distesa di cemento spaccato dal sole, qualcuno potesse davvero trovare rifugio senza però trovare neppure un ritaglio d’ombra per incontrare il suo prossimo, chiacchierare, anche soltanto scambiarsi una occhiata; […] niente ombra e, anzi, nulla di nulla, come di nulla sono colme queste strade e l’intera città; e in tutto questo nulla abbacinante di solitudine si annaspa, e si annaspa ovunque, in questa città dannata. […] Solitario rimane il sistema di piazze e isolate rimangono le tante opere d’arte arrugginite che riempiono ogni angolo del paese e che giacciono in rovina, ignorate, estranee ad ogni cosa, arroganti e oramai incomprensibili; e, anzi: incomprensibili lo furono da sempre e per questo finirono presto in malora e sono adesso opera morta, buona soltanto per ricordare il tragico fallimento della splendida illusione da cui nacque Gibellina la nuova. […]

Tratto da Paracarri – Cronache da un’Italia che nessuno racconta, di Alessandro Calvi [Rubbettino editore, 2015]

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