ALESSANDRO CALVI. GIORNALISTA

Indagati e propaganda: inizia la campagna elettorale

di Alessandro Calvi / 16 dicembre 2016 / Articoli, Giustizia & Processi, Politics

di Alessandro Calvi – Ricomincia il calcolo ridicolo degli indagati, adesso che un po’ tutti devono fare i conti con le inchieste giudiziarie; li devono fare i soliti col pelo sullo stomaco ma anche quelli duri e puri che «figuriamoci noi mai e poi mai», e invece alla fine anche loro. Questa rinnovata contabilità è il segno più evidente dell’inizio della nuova campagna elettorale. Sarà lunga e, a quanto si capisce, sarà anche tra le più fetide da quella del 1948.

La spia sta anche nel fatto che i contendenti, oltre a quella degli indagati, hanno ripreso persino la contabilità degli avvisi di garanzia. E questa è davvero la cosa più ridicola di tutte poiché nel mondo isterico di politici e giornali chi lo sa, ma nella realtà giudiziaria un avviso di garanzia non cambia nulla nella posizione dell’indagato il quale rimane indagato come e quanto era indagato prima di ricevere l’avviso poiché questo non segnala nessun aggravamento della posizione dell’indagato stesso ma serve soltanto a informarlo del fatto che la procura intende compiere un atto per il quale è garantito il diritto alla difesa. Ed è per questo che si chiama informazione di garanzia. Punto. Naturalmente, l’arresto è cosa del tutto diversa con la quale fare i conti, ma oramai tutto viene assurdamente appiattito sullo stesso piano, cosa che confonde la realtà e consente di dare libero sfogo alla propaganda elettorale, mentre la giustizia segue strade diverse da quelle gridate della politica.

E allora – al netto di arresti e polemiche – ci si deve chiedere cosa cambi l’invio di un semplice avviso di garanzia a un politico – ad esempio all’assessore all’ambiente del Comune di Roma – il quale già da tempo sapeva d’essere indagato e non aveva mai ritenuto di doversi dimettere. La risposta è: niente, non cambia niente. E non ha senso – sempre che della giustizia non si sia fatto un feticcio, un idolo senza sostanza – collegare a quell’avviso le proprie tardive dimissioni. E se è così – se l’avviso di garanzia non segnala un aggravamento della posizione dell’indagato e se dell’esistenza della inchiesta l’indagato sapeva già da tempo – perché, al netto del politichese da prima repubblica, le dimissioni di quel politico arrivano proprio adesso? La risposta non ha nulla a che fare con la giustizia: è la politica che va così. Nulla di nuovo, nulla di strano.

Ciò che si deve avere chiaro, insomma, è soprattutto che è iniziata una nuova campagna elettorale. Ciò che è sconfortante – al di là dell’ovvio rigetto per lo spettacolo di una politica che non riesce a cambiare di sostanza sebbene cambino i volti – è invece il genere di propaganda al quale M5S e Pd fanno ricorso oramai nella stessa misura e con mezzi simili e che la rete amplifica trasformandola in una specie di mostro inarrestabile che intossica tutto e trasforma la politica in un gigantesco, livoroso regolamento di conti di ciascuno nei confronti di tutti, con in più l’aggravante che lo scontro finisce per assorbire ogni spazio politico, come se il mondo si esaurisse necessariamente nello scontro tra Grillo e Renzi e non fosse possibile l’esistenza di null’altro se non di ciò che sia possibile incastrare nello schema.

Tuttavia, il mondo non finisce con Renzi e Grillo. E, anzi, lì fuori c’è un mondo bellissimo, anche piuttosto radicale nelle proprie idee ma senza bava alla bocca, senza mani in faccia a ogni parola, senza che alla inevitabile difformità di pensiero politico segua come automatica reazione il disprezzo più profondo; c’è insomma un mondo che sceglie, ragiona e sopravvive a prescindere da Renzi, da Grillo e da tutto questo enorme pappappero rabbioso e muscolare al quale è stata ridotta la politica.

Il fatto è – come qui si scriveva qualche giorno fa – che da circa vent’anni la politica ha esaurito le idee. E, quando mancano le idee, si fa politica e si sta insieme per il potere in sé, così che, senza la mediazione delle idee, il potere si riduce a niente più che un sistema di relazioni private. Allora è evidente che ogni scelta diventa di per sé una questione personale più che politica. Ogni disaccordo diventa incomponibile, si risolve in un affronto personale, deborda in faide, provoca un linguaggio sempre più sprezzante nei confronti di tutti coloro i quali ancora la pensassero diversamente, infine convince ciascuno – di questi tempi Renzi e Grillo, e poi i loro seguaci – d’esser l’argine estremo oltre il quale non resta che il caos; e in ciò, in questo slittamento verso una convinzione che è una fantasia ma che infine si fa solida e inalterabile qualunque argomento le si contrapponga, fosse persino l’evidenza delle cose, ebbene è in ciò che sta il vero pericolo autoritario che questo paese corre qualora quella personale verità trasformata oramai in oggetto di fede nei seguaci due partiti maggiori, si impastasse col potere. Il pensiero sottostante a ogni dichiarazione sembra essere sempre più: non faremo prigionieri. L’esito è stato abbastanza evidente nei giorni del referendum. E faceva schifo.

La sensazione è che adesso, adesso che tutti sembrano uguali, adesso che tutti hanno i loro indagati da difendere a ogni costo mentre sputano su quelli degli altri, ecco: adesso sarà anche peggio. Sarebbe bene che tutti ci si prendesse meno sul serio e che si riuscisse a tenere i toni a un livello accettabile. Sarebbe bene che la giustizia seguisse il proprio corso e la politica anche, smettendo di delegare ai magistrati la selezione della classe dirigente, iniziando a occuparsi del mondo reale a partire dallo stato nel quale essa stessa si è ridotta, magari iniziando ad assumersi le proprie responsabilità senza che la prima risposta a ogni addebito debba sempre essere la solita: «Sì, e allora il Pd?», o: «Sì, e allora il M5S?». Sarebbe bene evitare, da parte di tutti, populismi e demagogia. Ecco, sarebbe bello e, però, ci si sente ridicoli anche soltanto a pensare che possa accadere.  Oggi ci si sente ridicoli addirittura a scriverlo. Peccato.

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