ALESSANDRO CALVI. GIORNALISTA

Riforma e referendum. Ma l’efficienza è una scelta politica

di Alessandro Calvi / 1 dicembre 2016 / Articoli, Diritti, Montesquieu, Politics

di Alessandro Calvi – La rapidità del legislatore dipende dalla tenuta della maggioranza politica, non dal numero delle camere. Il modo per rallentare l’approvazione delle leggi si trova anche in presenza di un’unica camera e, d’altra parte, se si vuole approvare una legge rapidamente lo si fa anche in presenza di due camere. Lo sanno molto bene i parlamentari i quali manovrano freno e acceleratore di questo meccanismo. Ma è sufficiente anche una scarsa frequentazione del parlamento per averne esperienza diretta. L’efficienza del sistema, insomma, è un fatto politico – un fatto che riguarda la maggioranza politica, la sua tenuta, la volontà di approvare una legge, la convenienza nel farlo – e non dipende da ragioni strutturali o da una riforma costituzionale. Per questo motivo è così importante il sistema elettorale e, per questo motivo, da anni i partiti ragionano a proposito di leggi elettorali in grado di premiare la maggioranza in forme sempre più marcate. Oltre un certo limite, però, proprio non si può andare, se non altro per decenza.

Si può invece cambiare la Costituzione indebolendo il ruolo del parlamento, riducendo la rappresentanza della volontà popolare e rafforzando l’asse governo-maggioranza. Per farlo non c’è bisogno di intervenire in modo sostanziale sui poteri del presidente del consiglio: è sufficiente indebolire i poteri degli altri pezzi dello Stato, a partire, appunto, dal parlamento che è organo politico centrale nella architettura istituzionale in quanto direttamente rappresentativo della volontà popolare; e, anzi, il parlamento è l’unico potere dello Stato direttamente rappresentativo della volontà popolare, mentre l’esecutivo rappresenta il vertice della burocrazia. Adesso questo equilibrio tra poteri – volontà popolare e burocrazia – non piace più, si sostiene anzi che sarebbe di intralcio alle decisioni del governo. Dunque, si è deciso di sacrificare in parte il peso della rappresentanza della volontà popolare in favore di quello della burocrazia. Detto altrimenti, si sta scaricando sulle istituzioni la debolezza della politica, rischiando in questo modo di rendere strutturale – poiché verrebbe trasferita sulle stesse istituzioni – l’incapacità della classe dirigente di fare scelte politiche e di governare questo paese.

Tutto ciò sarebbe stato piuttosto inquietante già negli anni tra il dopoguerra e gli anni Novanta quando, effettivamente, il governo rappresentava ancora un potere separato anche di fatto dal parlamento, nonostante fosse espressione di una maggioranza politica parlamentare dalla quale riceveva la fiducia; tra governo e parlamento esisteva però un rapporto dialettico e quel rapporto includeva anche l’opposizione, favorendo processi decisionali ragionevolmente democratici. Ecco, allora, che quel ragionamento che vede il bicameralismo come un intralcio alla governabilità diventa inquietante a maggior ragione oggi, dopo vent’anni di seconda Repubblica nei quali la distanza tra governo e maggioranza politica non esiste più, quel rapporto dialettico si è esaurito, l’opposizione non viene più rappresentata neppure simbolicamente con l’elezione di un suo esponente alla guida della Camera, e la forza del presidente del consiglio – che adesso è sempre anche il leader del partito di maggioranza mentre fino vent’anni fa si tendeva a separare i due ruoli – non trova altri ostacoli se non quelli interni alla propria stessa maggioranza, più facilmente controllabili. Lo si è visto con Berlusconi, con l’Ulivo, con Renzi.

Tutto ciò è potuto accadere anche perché già oggi, a differenza di ciò che accadeva sino agli anni Novanta, il presidente del consiglio in virtù di leggi elettorali particolarmente infelici è padrone assoluto del destino dei singoli parlamentari, essendo di fatto colui che ne decide la candidabilità. Luciano Violante ha scritto che l’effetto di tutto ciò, «per un sistema liberaldemocratico, è paradossale: non è il presidente del Consiglio (chiunque sia) a godere della fiducia della maggioranza parlamentare, ma è la maggioranza parlamentare a godere della fiducia del presidente del Consiglio». Il rischio adesso è che, manomettendo il Senato e riducendo ancor di più il peso della rappresentanza della volontà popolare, si completi l’opera di verticalizzazione del potere.

Il grande tema della campagna elettorale, però, è stato soprattutto quello delle conseguenze del «Sì» o del «No» sulla tenuta del governo in carica. Eppure, ciò che conta prima d’ogni altra cosa sono le regole poiché quelle resteranno per i prossimi decenni mentre il risvolto politico di questo voto si consumerà in qualche mese al massimo, come è sempre andata e come è normale che vada, al di là dei millenarismi da campagna elettorale. Insomma, con le regole attuali ci si può sentire ragionevolmente tutelati sia che alle prossime elezioni politiche dovesse vincere Grillo sia che dovesse vincere Renzi, mentre con le nuove regole – per le ragioni delle quali si diceva poco sopra – le tutele per gli elettori sarebbero molto meno consistenti chiunque dovesse vincere le prossime elezioni politiche. Ma, insomma, è evidente: siamo in campagna elettorale e vale tutto: per rassicurare gli elettori, c’è persino chi ha sostenuto che il nuovo Senato sarebbe ancora eletto dai cittadini quando invece la riforma costituzionale abroga del tutto la norma sulla elettività diretta a suffragio universale del Senato e la sostituisce con una nuova norma che prevede tutt’altro. Basterebbe leggerla davvero questa riforma o, almeno, la relazione al disegno di legge del governo nella quale è spiegato chiaramente che l’elezione diretta dei senatori viene abrogata perché configge con la filosofia che sorregge l’intera riforma. Ma tant’è. E se vale tutto, a maggior ragione vale trasformare il referendum in un plebiscito.

E così è andata, come era prevedibile. Il fatto è che da circa vent’anni la politica ha esaurito le idee. E, quando mancano le idee, si fa politica e si sta insieme per il potere in sé, così che, senza la mediazione delle idee, il potere si riduce a un sistema di relazioni personali. Allora è evidente che ogni scelta diventa di per sé una questione personale più che politica. Ogni disaccordo diventa incomponibile, si risolve in un affronto personale, deborda in faide, provoca un linguaggio sempre più sprezzante nei confronti di tutti coloro i quali ancora la pensassero diversamente da sé, convince ciascuno – Renzi e Grillo, e poi i loro seguaci – d’esser l’argine estremo oltre il quale non resta che il caos; e in ciò, in questo slittamento verso una convinzione che è una fantasia ma che infine si fa solida e inalterabile qualunque argomento le si contrapponga, fosse persino l’evidenza delle cose, ebbene è in ciò, prima ancora che in un eventuale cambiamento in peggio delle regole, che sta il vero pericolo autoritario che questo paese corre qualora quella personale verità trasformata oramai in oggetto di fede nei seguaci due partiti maggiori, si impastasse col potere. Il pensiero sottostante a ogni dichiarazione sembra essere sempre più: non faremo prigionieri. L’esito è abbastanza evidente anche in questi giorni. E fa schifo.

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