ALESSANDRO CALVI. GIORNALISTA

Il terremoto. E poi, speriamo, Sciascia e Federico II

di Alessandro Calvi / 4 novembre 2016 / Flânerie, Paracarri

di Alessandro Calvi – Dopo il terremoto, Gibellina si fece museo di se stessa e così, incarnatasi in Gibellina la nuova, forse morì per la seconda volta; Aquilonia, colpita dal terremoto del 1980, decise invece d’esser una Pompei contadina ma i ruderi che oggi mette in mostra sono quelli del paese distrutto dal terremoto del 1930, ossia la vecchia Carbonara, rinata più volte con nuovi nomi e con lo stesso tragico destino. Cercando storie per «Paracarri» ho visto tanti paesi doppi, distrutti da terremoti e frane, abbandonati e poi ricostruiti altrove: Salaparuta, Montevago, Conza, Gairo, Craco, Osini e tanti, tantissimi altri, ciascuno rinato a modo proprio, dimenticando o esorcizzando come si riuscì la propria storia tragica. Tuttavia, poiché non sono gli architetti ma è la politica che ricostruisce, non sempre si assiste al miracolo di Occhiolà resuscitata in Grammichele o all’invenzione di un destino nuovo di zecca come accadde nel Vallo di Noto alla fine del Seicento; ciò che resta, allora, sono spesso le tante Bisaccia o Poggioreale, tragiche dimostrazioni di ciò che è stato il Novecento; secolo a quanto pare inestinguibile. Ed è questo che adesso mi fa paura, più ancora del terremoto che, prima o poi, apparterrà finalmente al passato.

Vent’anni fa il terremoto colpì la stessa zona, e alcuni dei paesi toccati anche oggi. All’epoca però c’era l’idea che si potesse porre rimedio a tutto, persino al crollo nella basilica superiore di Assisi; a tutto tranne che alle vite perse. Invece, in questi giorni non ci riesco più. Mi chiedo continuamente cosa ne sarà dei tanti paesi sparsi sulla montagna umbra, e cosa ne sarà delle belle case in mattoni rosso stinto dei paesi delle colline marchigiane, del selciato anch’esso rosso di certe piazze e degli splendidi palazzi, delle chiese, delle strade nebbiose, e del silenzio che qui è ovunque, e di quella campagna «ben coltivata» che mi fa pensare al Francesco Paolo Di Blasi raccontato da Leonardo Sciascia nel Consiglio d’Egitto: «Non si può pretendere da un contadino la razionale fatica di un uomo senza contemporaneamente dargli il diritto ad essere uomo. Una campagna ben coltivata è immagine della ragione»; poiché davvero persino questo – persino Diderot e Rousseau – quei campi raccontano del carattere marchigiano: il lavoro e il diritto, nei campi o al porto fa lo stesso, in questa terra racchiusa tra la Recanati di Leopardi e la Urbino di Raffaello, la stessa terra di Rossini, Pergolesi e Bramante; la stessa terra – seppure soltanto per caso – di Federico II di Svevia, stupor mundi e cardine d’un ordine diverso. E soltanto a questo, adesso, riesco ad aggrapparmi.

Postilla del 7 dicembre – Mi ricordo una notte a Camerino nei giorni dell’altro terremoto – quello del 1997 – trascorsa fin quasi all’alba con gli occhi fissi sul lampadario acceso nella stanza, a chiedermi chi me lo avesse fatto fare. Ricordo il buio primordiale che si mangiò tutto quando, lasciata la Flaminia nei pressi di Foligno, attaccai la montagna verso Colfiorito e improvvisamente non si vide più nulla, soltanto gruppi di sirene che percorrevano veloci l’altopiano, ed era l’unica cosa che si riuscisse a vedere, unica misura oramai dell’ampiezza della conca: non più i paesi, non le case, nessun’altra automobile, niente. Quei paesi sono gli stessi attraversati in quarant’anni e più, infinite tappe del mio andare avanti e indietro tra Roma e Ancona attraverso l’Appennino: Colfiorito, Fossato di Vico e Osteria del Gatto, Trevi, Foligno, Spoleto, Sellano, Muccia, Serravalle, Gualdo Tadino, Fabriano, Camerino, Visso, Pieve Torina, Ussita, Matelica, Tolentino, Capodacqua, Nocera e tanti altri: molti colpiti adesso per la seconda volta in vent’anni.

È da agosto – da quando toccò ad Amatrice: un altro mondo per me, sebbene siano soltanto pochi chilometri – che mi piango di nascosto quelle persone e quel paesaggio che tante volte, in tanti anni, molti di noi che siamo nati nella grande città vicino al mare abbiamo attraversato per riunire famiglie sparpagliate altrove: Marche, Umbria, Abruzzo. E così, poiché la vita affaccia sul Tirreno ma è tra l’Appennino e l’Adriatico che sta una parte della nostra radice, ecco che, ogni volta che la terra si muove, noi qui in città si fa l’appello e si spera che siano tutti nei loro letti da quelle parti. Ma tutti davvero, chi si conosce e chi no. E poi si pensa anche al resto.

Così, in questi giorni ho ripensato al cappellone di San Nicola a Tolentino e a tutta la bellezza che è conservata da quelle parti; ho pensato ai paesi e a certe strade fatte e rifatte tante volte di giorno e di notte, attraversando beatamente e per ogni strada possibile l’Appennino – e quante scoperte in tanti anni, e quanta bellezza! – cercando il mare, io che la montagna mi fa paura; ho ripensato alle rare finestre illuminate che, incontrate di notte sulla strada, mi raccontavano storie e protezione nel buio asciutto della campagna, e che però adesso se ne restano spente o semplicemente non esistono più. Mi sono chiesto cosa ne sarà stato dei laghi di Pilato, così lontani da tutto, invisibili e nascosti proprio sotto la cima del Vettore spaccato dal terremoto. Mi son chiesto come sarà ridotta la splendida strada – che è quella nella fotografia – che attacca proprio sopra la povera Ussita e poi passa la montagna in sterrato, attraverso la Forcella del Fargno, e si sta aggrappati alla strada senza parapetto, senza asfalto, su un lato la roccia, sull’altro il precipizio. Mi chiedo continuamente delle belle case di pietra grigia e bianca della montagna umbra, di quelle in mattoni rossi delle colline marchigiane, delle case di pietra bianca che si mostrano man mano che si scende verso l’Adriatico.

Continuo a perdermi nello stillicidio di immagini e ricordi che scopro essere oramai davvero soltanto ricordi poiché quelle case, quelle piazze, le strade che ho percorso tante volte e la campagna, e tutto quel mondo attraversato per quarant’anni come fosse una geografia familiare, ecco: quel paesaggio forse non esiste più né sarà più come è sempre stato. E però, per fortuna, restano le persone.

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