ALESSANDRO CALVI. GIORNALISTA

Librerie, non è retorica slow-food: le piccole sono libere

di Alessandro Calvi / 6 ottobre 2016 / Flânerie, Paracarri

di Alessandro Calvi – In libreria, la ragazza si informa sugli sconti su una marca di libri. Dice proprio così: marca. Attorno, silenzio imbarazzato. Ma forse ha ragione lei. Quando ero ragazzino, vicino casa c’erano due librerie. Una vendeva anche libri scolastici, per arrivarci si doveva soltanto attraversare lo stradone che tagliava il quartiere. L’altra era appena più lontana, andarci sembrava un viaggio ma i libri si potevano toccare. Da allora ne ho viste chiudere tante di librerie come queste, mentre attorno crescevano certe grandi catene con dentro anche film, musica, giochi e quelle cose un po’ cancelleria un po’ boh, sistemate dalle parti delle casse. E, per lo più, commessi al posto dei librai.

Tempo fa desideravo leggere Gaetano Marini verificatore di pesi e misure di Pasquale Marchese ma in città non lo avevano in nessuna di queste grandi librerie. Quando lo cercai, non avevano neppure Paura del vento e altri racconti di Turi Vasile, né Bruculinu America di Vincent Schiavelli. Ho faticato persino a trovare i libri – davvero strepitosi, tutti – di Alessandra Lavagnino: gli unici con una qualche rarefatta reperibilità più o meno immediata sono Le bibliotecarie di Alessandria e Una granita di caffè con panna. Per il resto tocca arrangiarsi. Peccato.

Si dirà: si tratta di libri usciti oramai da tempo e forse oramai le vendite non giustificano il magazzino. Insomma, sono le regole del mercato. Del resto, le stesse regole consigliano invece di proporre ai lettori in modo quasi ossessivo – e quindi fino alla noia – Camilleri, Malvaldi, Manzini, Carofiglio, come se soltanto di commissari si potesse vivere e non anche, per dire, di verificatori di pesi e misure.

Come autore, io non posso lamentarmi, anzi: i miei libri sono sempre stati trattati molto bene dalle grandi librerie, e di questo evidentemente sono felice e riconoscente; ma come lettore annaspo e trovo soddisfazione soprattutto altrove, come in molte piccole librerie sparse per l’Italia: a Venezia, Alghero, Cagliari, Modica, Siena, Noto, Matera e in altre città belle e fortunate nelle quali capito di tanto in tanto e dove può capitare che riesca a trovare con più facilità anche quegli altri libri, quelli senza commissari, quelli dei quali le famose regole del mercato hanno decretato l’inesistenza nelle grandi librerie della grande città.

L’ultima volta mi è capitato di recente a Trapani con l’acquisto, in una piccola libreria piena di tentazioni quasi sconosciute alla grande città, di un bel volume sulle mappe del catasto borbonico in Sicilia il quale, peraltro, ha fornito l’occasione per una chiacchierata piuttosto interessante poiché, oltre a libri che nei grandi negozi non trovo, in queste piccole librerie capita di ritrovare anche i librai i quali non finirò di ringraziare per le chiacchiere e i consigli e la capacità di aiutarmi a tenere aperto un orizzonte che invece altrove tende inevitabilmente a richiudersi sempre sugli stessi libri e sugli stessi autori.

E allora, se grandi negozi che potrebbero permettersi almeno un po’ di varietà mostrano invece un volto quasi monocorde mentre molte piccole librerie, specialmente in provincia, sono impagabili per il lavoro che fanno anche rendendo disponibili libri che i grandi non vendono, ecco che diventa difficile sostenere che certe scelte dipendano soltanto delle famose regole di mercato e non anche da una diversa idea che si ha del mestiere di libraio e, più in generale, da una diversa idea che si ha della cultura. E questo, più che altro, mi sembra il punto.

Poi, sì, si può essere d’accordo con quanto scriveva Guido Vitello per Internazionale, e quindi si può condividere la scarsa simpatia per «la retorica da slow food» che circonda le piccole librerie e nella quale «si annida una buona dose di falsa coscienza – il quartiere, il territorio, la convivialità, “piccolo è bello”, la sapienza dell’editore artigiano, la decrescita editoriale, la cultura bene comune, la lettura come resistenza silenziosa, il disprezzo verso le librerie-supermarket e così via». Ma naturalmente se fosse tutto qui si rischierebbe di essere altrettanto ideologici di coloro ai quali la «retorica da slow food» è cara.

Invece, si può esser liberi. E quella libertà – pur frequentando con assiduità anche le grandi librerie della grande città – io riesco a coltivarla più facilmente frequentando certe piccole librerie, spesso in provincia, soprattutto a Sud di Roma. Anche perché, se i grandi librai a causa delle scelte che operano smettono sostanzialmente d’esser librai per diventare altro, ecco allora che diventa davvero difficile spiegare a quella ragazza – quella che chiedeva informazioni su una marca di libri – che non di marche si deve dire bensì di editori, di libri e librerie.

CONDIVIDI SU