ALESSANDRO CALVI. GIORNALISTA

Matera 2019, il luna park di potere e intellettuali

di Alessandro Calvi / 26 settembre 2016 / Flânerie, Paracarri

di Alessandro Calvi – Bon. Questa cosa di Matera 2019 sta decisamente sfuggendo di mano. Ascolto nuovamente, e leggo, cose indigeribili sulla città, su ciò che è stata e su ciò che sarà, poiché purtroppo questa città da qualche tempo sembra destinata a non essere mai ciò che sarebbe per propria inclinazione, ma ad esser ciò che altri vorrebbero che fosse. E già da tempo Milano e Roma s’erano attrezzate, immaginando forse Matera come un giocattolo del quale fare ciò che si crede: travisarla, smontarla, ricostruirla a propria immagine e per il proprio divertimento d’una estate; farne insomma un feticcio intellettualistico e specchiarsi in essa, avendola ridotta a specchio di sé; compiendo infine un esercizio d’estremo solipsismo.

Lo si era già fatto un tempo spostando a forza persone, terra e mattoni; lo si è fatto ancora pesando potere, soldi e politica; lo si fa adesso sommergendo la città sotto tonnellate di parole nuove, inaudite, ipocrite che sembrano ipnotizzare gli stessi materani: resilienza, buone pratiche, distopie, nutrimenti mentali, narrazioni; slogan senza rapporto con la città, buoni per il marketing turistico e che però finiscono per occupare completamente lo spazio che dovrebbe essere destinato a Matera, e poi quello spazio rimodellano con violenza a propria immagine, finendo per negare la cultura stessa della città, poiché ciò che importa, evidentemente, è vendere tutto ciò che si può – la storia, «l’esistenza che qui si era affastellata, e la povertà di uomini e bestie e la vita in quelle grotte, e le galline, i maiali, i muli, e gli uomini anch’essi come bestie» – ai frequentatori delle grandi bellezze in cerca del brivido coloniale, ai quali tutto ciò si ripete stancamente.

Ecco insomma che «su Matera si abbattono parole nuove, dopo che un malaccorto giudice ha pronunciato per primo la sentenza: “Matera è un luogo dell’anima”, che rischia d’esser una condanna a morte giacché in molti già si preparano a truccare la vecchia, e l’acconciano per nuovi appuntamenti, e il marketing già ramifica sulle belle pietre, e le soffoca, le affolla di figure superflue e vorrebbe farne i mattoni di un frusto luna park come quelli già esausti che esistono altrove, e però così dovrebbero negare la città, la sua cultura, la sua carne, e un mondo costretto dalla storia alla sostanza e non avvezzo all’apparenza e per questo incapace adesso di difendersi dalle parole e dalle tante lucine colorate di nuove insegne arrivate a coprire le sue rughe, il sibilo del vento, il silenzio».

Forse è tardi, o forse si può ancora confidare nei materani e sperare «che non se ne dovrà ancora sentir parlare come di Materashire, o come di una terra remota e simile a un mondo esotico, come se ovunque ancora persistesse un sentore di riti e di magia; come fosse, insomma, una terra straniera o, peggio, una colonia. Altrimenti, amen».

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