ALESSANDRO CALVI. GIORNALISTA

Caserta, un direttore stacanovista e certe notizie scomparse

di Alessandro Calvi / 8 marzo 2016 / Articoli, Politics, Press

di Alessandro Calvi – La storia di Caserta e del direttore stacanovista è una bella storia. È una storia perfetta; troppo perfetta. È una storia così perfetta che, a ripensarci ora che si è esaurita l’urgenza moralistica che ha travolto giornali e politica, sorge anche qualche dubbio sul fatto che sia davvero accaduta. Ché, e dai: ma come si fa ad accusare qualcuno perché lavora troppo? No, non si può; non si può proprio. E infatti a quanto pare non è accaduto: di quell’accusa non vi è traccia nel documento che ha originato tutta questa storia. Ma questo, a molti, sarà sembrato un dettaglio di poco conto di fronte a una storia così perfettamente funzionante che, come si usa dire, sarebbe stato davvero un peccato doverla sporcare con la realtà. Eppure, in quel documento era contenuta anche una notizia non da poco e però completamente ignorata. Di questo, tuttavia, si dirà alla fine.

Si può invece partire ricordando rapidamente ciò che è accaduto, sebbene la realtà si sia rivelata essere piuttosto articolata. Per questo, va bene il titolo – «Il direttore lavora troppo, mette a rischio la Reggia» – molto tagliato ma legittimo con il quale il Mattino ha sollevato il caso dando una propria lettura dei fatti. Ci sta un po’ meno, però, che il giorno dopo molti giornali, riprendendo la notizia, sembrerebbero aver attinto soprattutto – o, forse, soltanto – da quel titolo e non anche dalla fonte primaria: il documento sindacale. La conseguenza è in ciò che tutti hanno letto: alate penne pascolare beate sulle prime pagine dei giornali italiani, traducendo in bella scrittura certi grandi classici – «Ma basta!», «È ora di finirla!», «Qui è tutto uno schifo!», «Povera Italia!» – fino a trasformare il direttore della Reggia di Caserta in un eroe, tanto che già qualcuno lo propone come sindaco della città. Infine, il crisma per mano di Renzi: «È finita la pacchia». Sipario. Applausi. Un’apoteosi.

Ora, va detto: mettersi a difendere i sindacati – e soprattutto certi sindacati – non è una passeggiata. In questo caso particolare, poi, è ancor più difficile. Le condizioni della Reggia sono note a tutti e dunque era facile immaginare che anche un singolo frammento di una trattativa, se maneggiato senza troppe cautele, potesse trasformarsi in un mostro difficile da gestire, e infine potesse ritorcersi contro gli stessi sindacati. Quindi, sempre che ne siano capaci, difenderanno da sé ciò che resta della propria onorabilità. E sarà difficile. Ma qui dei destini del sindacato e anche della trattativa in corso con la direzione del museo – solite schermaglie, minuzie, quisquilie: insomma, tedio a morte, altro che notizie! – interessa davvero molto poco. Né interessa l’eventuale strumentalizzazione che alcuni politici avrebbero fatto di questa storia. Ciò che interessa è, invece, come questa storia è stata raccontata poiché ciò ha prodotto una conseguente reazione indignata anche nell’opinione pubblica. Avendo già accennato a ciò che è accaduto dopo la diffusione della notizia, occorre ripartire dall’inizio, e quindi da codesto, benedetto documento.

Si tratta di tre pagine che chiunque può facilmente procurarsi in rete. Il linguaggio è quello solito dei documenti sindacali. I paragrafi dal primo al quarto sollevano una serie di questioni relative alla gestione del personale e alla sicurezza del museo. Il quinto paragrafo è quello nel quale sono contenute le poche parole che hanno sollevato lo scandalo. Eccole riportate per intero: «Il Direttore permane nella struttura fino a tarda ora, senza che nessuno abbia comunicato e predisposto il servizio per tale permanenza. Tale comportamento mette a rischio l‘intera struttura museale». Evidentemente, non è quello che si è letto questi giorni. L’oramai famosa frase sul «direttore che lavora troppo», insomma, non c’è da nessuna parte, né – e attenzione: è questo il punto decisivo – in alcun passaggio del documento si ritrova il senso di quella frase, poiché il senso è un altro: marcare una posizione nel corso di una trattativa sindacale che riguarda la gestione del personale e la sicurezza. Insomma, non si accusa il direttore di lavorare troppo, semmai di non garantire la sicurezza del museo, poiché è questo, insieme alla gestione del personale, il tema di quelle tre pagine. E questo è quanto: nulla di più, nulla di meno. Per saperlo, sarebbe stato indispensabile dare una occhiata a quelle tre pagine, cosa che molti autorevoli e indignati commentatori forse non avranno fatto con la dovuta attenzione, prima di scatenare le proprie doti di censori.

E dire che in quel documento forse una vera notizia ci sarebbe anche stata: la presunta concessione degli spazi del museo per l’organizzazione di eventi «a titolo gratuito» che «disattende le procedure previste per legge» e, per di più, «distraendo il personale dal servizio istituzionale per utilizzarlo a servizio di terzi». Se tutto ciò non fosse già sufficiente, stando sempre alla denuncia sindacale ciò avrebbe avuto come conseguenza una «riduzione degli spazi di fruizione» e una riduzione della «tutela e la sicurezza del museo stesso». Forse qualcuno ricorderà le polemiche furiose per la concessione di Ponte Vecchio a Firenze per un evento di un’azienda privata. Accadde quando sindaco della città era Matteo Renzi. Certamente, sarà più facile ricordare il pandemonio che provocò la concessione del Circo Massimo per pochi spicci e come per questo Ignazio Marino venne massacrato. Insomma, se corrispondente al vero, la notizia contenuta in quel documento sarebbe stata davvero da prima pagina – la Reggia di Caserta come Ponte Vecchio e il Circo Massimo – anche perché incrocia un tema decisivo per il futuro del patrimonio artistico e culturale: la sua cosiddetta valorizzazione, espressione tutto sommato ipocrita che allude alla brutale messa a reddito del nostro passato, spesso senza troppi complimenti e, forse, con più di qualche rischio. Ma, appunto, questa volta è passata inosservata, cancellata dalla storia del direttore che lavora troppo, una storia perfetta, troppo perfetta, addirittura esemplare, con i buoni da un parte e i cattivi dall’altra e, sulla sfondo, il coro dei giornali. Quasi una tragedia greca insomma; anzi, quasi una fiction.

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