ALESSANDRO CALVI. GIORNALISTA

Campidoglio, Gattopardi e l’importanza del vuoto

di Alessandro Calvi / 8 ottobre 2015 / Flânerie, Politics, Roma

di Alessandro Calvi – Sono stato per anni in cronaca. È passata una vita. All’epoca seguivo il Campidoglio. Ho tanti ricordi di quel periodo, di quel palazzo, di quella piazza. Ricordo quando l’osservavo al crepuscolo attraverso i finestroni della sala delle Bandiere dove a volte si riusciva rimanere soli e nella quale mi rifugiavo quando ero stanco o un po’ giù. D’estate fuori c’era spesso una luce bellissima stesa sulla città, e io mi sentivo a casa. All’epoca si poteva ancora fumare. All’epoca si fumava anche in Aula Giulio Cesare. All’epoca si facevano tante cose che oggi figurati. Mi ricordo la prima volta che mi affacciai dal terrazzino dello studio del sindaco, quello che sembra di volare sui Fori. Mi ricordo i sorrisi dei commessi, qualche pacca sulle spalle, le chiacchierate, i capannelli coi colleghi, i caffè, le attese infinite. L’11 settembre del 2001 ero lì, e lì dentro rimasi chiuso sino a sera, insieme a tutti coloro i quali si trovavano a palazzo già dalla mattina. Anche quel giorno ogni tanto dal palazzo osservavo piazza del Campidoglio e la piazza era sgombra, come sempre è stata. Non capivo l’ossessione di tenere lontane le manifestazioni e la politica da quella piazza. Allora chiesi e mi venne spiegato che quella piazza non doveva diventare terra di conquista: doveva rimanere di tutti poiché era un simbolo universale. E io pensai che fosse una esagerazione. Poi venne Alemanno e su quella piazza irruppero i saluti romani. Dopo di che non se ne sono più andati, e con loro sono arrivati anche tutti gli altri, i quali non sono poi così diversi. Oggi erano di nuovo tutti lì, tutti ammucchiati, tutti a fare il tifo per Marino, tutti a fare il tifo contro Marino, tutti contro tutti, ma tutti in realtà a dire qualcosa che qualcuno molto prima di loro aveva già detto, e meglio di tutti loro: «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra». E invece, caro Marco Aurelio, io stasera resto a casa, lontano dal chiasso e da questa nostra vecchia città. Forse rileggerò il Consiglio d’Egitto di Sciascia, poiché in qualche modo sembra raccontare di questi giorni e della folla e di governi spietati e di rivoluzionari. E soprattutto di una geniale impostura che rischiò di cambiare il mondo.

Postilla del giorno dopo – Sui giornali si legge di un Marino chiuso in casa e alle prese con dossier e faldoni dai quali estrarre documenti buoni per sputtanare ex alleati e avversari. Se fosse vero sarebbe una cosa penosa. Ma ancor più penoso è il tentativo del Pd renziano, che va avanti da tempo, di usare il fallimento personale di Marino – che è evidente a tutti – per far dimenticare tutte le magagne che il Pd stesso si porta dietro, ché nonostante queste magagne già alcuni di loro, quelli più esperti dell’uso di mondo, hanno iniziato a spiegare a tutti noi ciò che adesso si deve fare, e lo fanno come se niente fosse, come se il fallimento di Marino non li riguardasse o come se fosse già tutto perdonato ciò che accadeva in città anche a causa del Pd e prima ancora che Marino fosse eletto. Penosa, poi, è soprattutto la destra, la quale, nonostante quello che ha combinato a Roma quando la governava – e nonostante certe imbarazzanti inchieste che la riguardano – ieri era in piazza a festeggiare, con tutto l’armamentario novecentesco del quale ancora non riesce a liberarsi. Penosi, infine, mi sembrano a questo punto anche quelli del M5S, in piazza anche loro; e sembravano davvero felici d’essere lì, accampati sulla cima di una montagna di macerie, felici soprattutto di piantare la loro bandierina su quelle macerie quasi come fosse tutto lì il senso della politica, come se la politica fosse soltanto una rivalsa. E, insomma, ieri tutti, ma proprio tutti, sembravano impegnati in un gigantesco regolamento di conti personale: non politico, personale. La politica non c’entra, non c’entra più con tutto questo. La politica a Roma fu Petroselli, la politica fu Nicolini. La politica fu la Chiesa quando, nel 1974, organizzò il convegno sui «Mali di Roma». Quest’altra roba di ieri, quelle bandiere, quegli slogan, quella rabbia, ecco: tutto quello che si è visto ieri non è politica: sono fatti personali. E io ora, come si dice da queste parti, non so davvero più a chi dare i resti. Bah.

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