ALESSANDRO CALVI. GIORNALISTA

Disfattismo, il fantasma necessario d’ogni potere, ieri e oggi

di Alessandro Calvi / 19 settembre 2015 / Flânerie, Politics, Press

di Alessandro Calvi – Ecco insomma tornare quella accusa: «Disfattismo»; sebbene oggi in altra forma, spesso meno solenne e più consona ai tempi che corrono. Non è una novità.

Ho ripescato dalla memoria un bellissimo pezzo uscito nel 2009 su Repubblica; il titolo era: «Il fantasma necessario del disfattismo», la firma era quella di Adriano Prosperi. All’epoca, a riesumare quella parola così intimamente mussoliniana – «Disfattismo» – era stato naturalmente Silvio Berlusconi; per questo, in quel momento, a molti apparve lecita ogni cosa, addirittura indignarsi, soprattutto dalle parti di certe redazioni o di certe terrazze e di certi salotti.

«Solo l’ignoranza diffusa della nostra storia – scriveva Prosperi – […] spiega perché manchi oggi una capacità collettiva del nostro paese di riconoscere l’apparizione di un termine chiave della nostra storia novecentesca […]. Il disfattismo fu per il regime fascista un fantasma necessario». Naturalmente, l’articolo di Prosperi svolge un ragionamento molto più complesso che qui non si fa in tempo a riassumere e, d’altra parte, pensare di costruire un asse Mussolini-Craxi-Berlusconi-Renzi è una cosa fuori dalla storia. Ma, dopo aver riletto questo articolo di Prosperi e riascoltato la sequela vacua e un po’ volgare – «Gufi», «anti-italiani», «rosiconi» – messa in scena ogni giorno da Renzi, mi veniva in mente una cosa che ha a che fare non tanto con Renzi quanto col mio mestiere, e con la «viva e vibrante» indignazione che emergeva dalle colonne di Repubblica in quel 2009, e con il sopracciglio alzato di qualcuno e certe dita protese in avanti a sostanziare monito e sentenza.

Be’, il fatto è che contro un Berlusconi oramai moribondo era facile; e immagino anche quanti lettori, nei loro salotti o al fresco in terrazza, avranno annuito facendo sì-sì con la testa mentre leggevano vibrando anch’essi di viva indignazione e invece adesso, nel 2015, sorridono beati poiché essi vivono finalmente nel migliore dei mondi possibili e hanno smesso d’indignarsi. E infatti oggi quel pezzo – ancora perfettamente pubblicabile, come fosse stato scritto ieri – dubito che qualcuno lo rimetterebbe in pagina; da giornalista dubito persino che oggi in qualche redazione a qualcuno possa anche soltanto venire in mente di commissionarlo un pezzo del genere. Figuriamoci. Verrebbe subito allontanato come disfattista. E amen.

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