ALESSANDRO CALVI. GIORNALISTA

Ecco, la lunga estate calda sta finendo

di Alessandro Calvi / 23 agosto 2015 / Flânerie, Roma

di Alessandro Calvi – Ecco: poco fa, rientrando a casa, ho notato certe auto parcheggiate in strada, e ancora poco fa non c’erano.  Questa lunga estate calda sta finendo. Finirà questo meraviglioso silenzio; e la sera non capiterà più di riuscire a sentire addirittura il treno in marcia sulla ferrovia. Finiti i giorni vuoti, e mi chiedo se conoscerò mai la conclusione delle storie delle quali la signora della palazzina accanto chiacchierava al telefono, passando in rassegna stato civile e stato di salute dell’intero suo parentado, dei suoi amici e anche degli amici del parentado, talvolta ripetendosi, sebbene con qualche variazione sul tema, sicché io potevo immaginare che avesse cambiato interlocutore.

Sino ad oggi la sua voce anziana riusciva ad attraversare il silenzio siderale del quartiere spaccato dal sole, fino a entrarmi in casa attraverso le finestre sempre aperte, le mie e le sue, ma da domani chissà, poiché ho visto certe automobili che sino a poco fa non c’erano ancora, appunto, e anche certe finestre nuovamente aperte, dopo giorni e giorni di riposo assoluto. E il rumore delle tapparelle e lo sbattere delle persiane e il rotolare sul selciato di qualche trolley in avanscoperta, tutto ciò per un momento ha coperto i rumori a me più familiari in queste settimane: il corposo frinire delle cicale e il cozzo delle stoviglie tra di loro in chissà quale appartamento, e le posate sparse sonoramente sulla tavola, e qualche voce femminile – sempre così, peraltro – a ricordare l’ora del pranzo o della cena, ché era pronto; e, sempre, il sibilo sottostante di qualche raro condizionatore al lavoro nelle palazzine qui attorno al quale, verso sera, iniziava a sovrapporsi, rimbombando nel vuoto della strada, il sonoro dei televisori che trasmettevano qualche film già visto mille altre volte ed ora ascoltato in un coro estivo di apparecchi; e poi anche qualche grillo, e un’automobile, ma di rado, tanto che, inseguendo il rumore del motore, si riusciva a immaginare da quale strada stesse arrivando e infine dove andasse. E qualche voce, anche; qualche voce dalla pancia delle case, senza neppure la necessità che si alzasse il tono, chiacchiere private che l’estate trasforma quasi sempre in affermazioni pubbliche o comizi, giacché le finestre aperte ad agosto sono come altoparlanti. E però tutto ciò non rompe il silenzio e, anzi, sembra invece che nessuno abbia più paura di mescolare la propria vita, impastando i fatti propri con quelli degli altri: che la voce voli via, sì; che voli via e vada dove crede. Ed era come se il mondo qui attorno, e tutti nelle palazzine che circondano quella nella quale abito, si dormisse di giorno per svegliarsi la sera, e Roma si mostrava così morbida di giorno e così liquida di notte, e sempre, ovunque, un gran silenzio che adesso finirà, poiché quelle auto appena notate in strada, e che sino a poco fa non c’erano, sono il segno, il limite superato il quale non si torna indietro. Peccato.

Postilla del 26 agosto – E allora: qualcuno nel quartiere ha da un pezzo il brodo sul fuoco, forse per il lesso; nella mia palazzina c’è chi ha evidentemente messo mano a un bel soffrittone di cipolla; i cassonetti qui sotto sono di nuovo pieni con sacchetti vaganti sull’asfalto. Insomma, da queste parti si attende soltanto il rientro della signora del terzo piano, quella che usa l’aglio anche per condire l’ascensore, e poi possiamo anche dichiarare l’inverno.

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