ALESSANDRO CALVI. GIORNALISTA

Informazione e potere, il problema «è la stampa, bellezza!»

di Alessandro Calvi / 26 maggio 2015 / Articoli, Montesquieu, Press

di Alessandro Calvi – E la verità e che sì, forse ce la si potrebbe cavare col solito: «È la stampa, bellezza», e punto. Non sarebbe neppure del tutto una presa in giro; ma sarebbe soprattutto una via di fuga, ché l’interessante e documentato articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano – il cui titolo è tanto efficace quanto didascalico: «Così il portavoce di Renzi pilota i giornali e le tv» – pone alcune questioni serissime per la informazione in Italia, che per questo non possono venire liquidate illudendosi d’esser come Humphrey Bogart nel finale dell’Ultima minaccia quando pronuncia quella frase mitica e, però, oramai soprattutto mitizzata, tanto da essere divenuta sostanzialmente autoassolutoria.

La realtà, peraltro, è appena appena più complessa della rappresentazione simbolica del rapporto tra stampa e potere che viene ricostruita in quel film. E si devono compiere due operazioni affinché ciò sia del tutto evidente. La prima operazione riguarda la prospettiva, la seconda le contorsioni che il mestiere ha subito in questi ultimi venti anni. Si può cominciare da qui e dalla necessità di segnare, semplicemente, «il tempo che passa», anche a proposito della comunicazione politica e di ciò che dietro di essa si muove.

Ebbene, si può partire da una banale osservazione: venute meno le idee, essendo divenuta la lotta politica un fatto personale, anche il racconto della politica si è imbastardito, diventando l’epopea di singoli individui, ed è allora che l’informazione ha cessato d’esser ciò che era stata per diventare altro: comunicazione, se non direttamente propaganda o addirittura marketing.
Nella informazione, e soprattutto nell’informazione politica, ciò avviene con l’aprirsi di spazi nuovi che vengono sempre più occupati dal racconto privato il quale meglio si presta alla costruzione dell’epica individuale, e questo naturalmente toglie spazio al racconto pubblico. Ciò che è dietro la scena diventa sempre più interessante, ciò che accade sulla scena diventa sempre meno rilevante e interessante da raccontare. Insomma, si afferma un nuovo genere: il retroscena sostituisce, prima in sordina poi definitivamente o quasi, la cronaca politica.

Significativamente, tutto questo accade negli ultimi venti anni o poco più. La soglia, insomma, è sempre quel fatidico triennio 1992-1994 nel quale tanto cambia il volto di questo Paese. E ciò che accadde si può dare qui per scontato, limitandosi al ragionamento sulla informazione. E allora si dovrà dire che è proprio in quei fatidici anni – anche per le conseguenze che l’inchiesta Mani Pulite ha sul modo di raccontare i fatti – che la distanza tra informazione e potere si accorcia in modo drammatico: dopo di allora questo rapporto non è più una questione che riguarda soltanto i vertici bensì «risurge per li rami», fino a coinvolgere il corpo stesso delle redazioni. E quando questo genere di rapporto si stringe, e quando cessa la mediazione delle idee e il rapporto si fa completamente e del tutto personale, ecco allora che il rischio è che si trasformi in rapporto funzionale.

Si pensi alla circostanza per cui, nella cosiddetta seconda Repubblica, il clou della informazione è stato nel retroscena politico e in ciò che resta della cronaca giudiziaria. E si pensi, per dire, a come questi due generi abbiano finito per diventare così simili nell’apoteosi di verbali e brogliacci usciti in qualche modo dalle procure, o di sussurri di corridoio a Palazzo, tutto poi regolarmente pubblicato e spesso senza modificare neppure una virgola, come si trattasse davvero notizie. Si potrebbe obiettare che non c’è nulla di più onesto e trasparente di un verbale o di una intercettazione telefonica o di un sussurro sibilato direttamente dal politico o da chi per lui. Questa, si dirà, è tutta roba che trascina il lettore dentro la notizia, e senza più filtri né mediazioni.

Bello. E però non proprio così. Sarebbe anche piuttosto facile avvedersene. Basti pensare a quanto, nel momento nel quale il lavoro del cronista viene di fatto a coincidere con la mera ricerca di semplici verbali o intercettazioni o retroscena, la libertà di quello stesso cronista venga compressa dal controllo che le sue fonti – procura, politico, portaborse, chiunque altro – ha su quelle notizie. Il fatto è che inizialmente, quei brogliacci, quelle intercettazioni, quei sussurri strappati un po’ piratescamente alle fonti erano l’inizio del lavoro, ma poi, andando avanti con gli anni Novanta e poi con il nuovo secolo, sono sempre più diventati, appunto, “il” lavoro. Ciò significa che poi quel lavoro è venuto a organizzarsi in modo quasi industriale con un esercito di cronisti che si abbeverano a fonti che, anch’esse, hanno finito per organizzarsi in modo industriale proprio per garantirsi il controllo sulla notizia da passare alla stampa. Detta altrimenti, quando il retroscena diventa un genere quotidiano, necessariamente perde la sua carica deflagrante anche perché, se il retroscena consiste nell’osservare da dietro le quinti le notizie mentre accadono e poi raccontarle come le si è viste accadere, il sipario che dà accesso a quelle quinte viene sempre più manovrato da chi quelle notizie ha interesse che vengano diffuse; insomma, le fonti. E ciò significa che soltanto certe notizie verranno fatte trapelare, sibilandole come si fa a un amico fidato. Quando ogni giorno le pagine dei giornali sono piene soltanto di questo genere di racconto parzialissimo e controllato – perché, come si diceva, il lavoro del cronista a questo oramai si riduce, mentre il lavoro di ricerca autonoma di notizie è sempre più raro se non addirittura maldigerito dagli stessi quotidiani – è chiaro che non si ha più il racconto dei fatti ma si fornisce la lettura che dei fatti piace a chi quella massa di retroscena o di verbali da procura ha fatto saltar fuori; e si tratta ancora una volta delle fonti.

Peraltro, tutto ciò comporta anche la conseguenza per cui buona parte del lavoro giornalistico non consiste più nel cercare le notizie ma nel gestire quelle stesse notizie, cosa che evidentemente accade a maggior ragione se il rapporto tra potere e informazione è sempre più legato a dinamiche di tipo personalistico.

Naturalmente, tutto ciò non è una novità di questi ultimi anni. Già qualche decennio fa Enzo Forcella ne scriveva da par suo. E qui vale la pena di riportare per intero l’attacco del suo Millecinquecento lettori, testo ancora insuperato. «Un giornalista politico, nel nostro paese, può contare su circa millecinquecento lettori: i ministri e i sottosegretari (tutti), i parlamentari (parte), i dirigenti di partito, sindacalisti, alti prelati e qualche industriale che vuole mostrarsi informato. Il resto non conta, anche se il giornale vende trecentomila copie. Prima di tutto non è accertato che i lettori comuni leggano le prime pagine dei giornali, e in ogni caso la loro influenza è minima. Tutto il sistema è organizzato sul rapporto tra il giornalista politico e quel gruppo di lettori privilegiati. Trascurando questo elemento, ci si esclude la comprensione dell’aspetto più caratteristico del nostro giornalismo politico, forse della intera politica italiana: è l’atmosfera delle recite in famiglia, con protagonisti che si conoscono sin dall’infanzia, si offrono a vicenda le battute, parlano una lingua allusiva e, anche quando si detestano, si vogliono bene. Si recita soltanto per il proprio piacere, beninteso, dal momento che non esiste pubblico pagante». Più di recente, un altro grande giornalista, Filippo Ceccarelli, quando ancora scriveva sulla Stampa, è tornato sul punto per aggiungere che «in quarant’anni è saltato lo stesso concetto di giornalismo politico» e che «la politica s’è consegnata mani e piedi ai codici della comunicazione televisiva […] con ricaduta anche sul giornalismo scritto, messo già in crisi dalla fine dei partiti e quindi subdolamente tentato dalle più viete scorciatoie personalistiche».

Volendo aggiungere qualcosa su questi ultimi dieci-quindi anni, si può dire che, mentre la politica oramai si era data una struttura bipolare, anche un’informazione così legata al potere ha dovuto necessariamente fare lo stesso, così che davvero le notizie hanno rischiato d’esser abolite dalle pagine in nome della propaganda. Se, poi, a conclusione di questo ragionamento è consentita anche un’auto-citazione dal saggio Hanno ammazzato Montesquieu!, si può affermare che, però, tutto ciò sembra «tornare utile un po’ a tutti. Costringere il lettore in questo bipolarismo, infatti, e non ammettere come possibili – o ragionevoli – altre possibilità, fa perdere di vista il contesto, impedisce che se ne colga il limite, favorisce l’oblio su ciò che sta oltre quel limite. Insomma, politici, imprenditori e giornalisti, si scontrano, formando due fronti stabilmente contrapposti, e con ciò delimitano il perimetro stesso del campo di gioco: o di qua o di là. Il sistema politico e informativo – il contesto – non viene più messo in discussione, il bipolarismo quotidiano, come quello politico, è accettato come l’unico orizzonte possibile o è dato comunque per scontato. Il contesto ormai include apocalittici e integrati. Ed è un pensiero unico. Chi si colloca fuori non esiste, è il nulla».

Se questa rapida ricostruzione di come si è sviluppato il rapporto tra potere e informazione negli ultimi venti anni corrisponde al vero, allora si può tornare all’articolo del Fatto Quotidiano, per affrontare rapidamente la seconda questione alla quale si accennava all’inizio, quella relativa alla prospettiva nella quale la questione va inquadrata. In due parole: non è Filippo Sensi il problema della informazione italiana. Semplicemente, non può esserlo. Sensi fa il proprio lavoro e ognuno di quel lavoro può farsene l’idea che crede. Ma il problema dell’informazione politica in Italia non è Sensi quanto la stessa informazione politica, la qualità del giornalismo, il fatto che masse di cronisti siano costrette a fermarsi sulla soglia della notizia perché questo e soltanto questo chiedono i giornali per i quali scrivono. Il problema è che nessuno si rivolta, semmai, non che Sensi faccia il proprio lavoro. Il problema, insomma, siamo noi tutti cronisti che dovremmo ricominciare a fare i cronisti, a cercare storie, a scrivere notizie e lasciar perdere verbali e retroscena, per rimetterci tutti a fare il nostro mestiere: la cronaca.

Ecco, insomma, perché prendersela con Sensi rischia di essere altrettanto autoassolutorio del sostenere che «è la stampa bellezza», ché, al contrario, oramai il problema purtroppo è proprio la stampa, bellezza!

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