ALESSANDRO CALVI. GIORNALISTA

Carceri, la strage silenziosa. In cella uccide l’indifferenza

di Alessandro Calvi / 8 luglio 2012 / Articoli, Carceri, Diritti

carceridi Alessandro Calvi – Si è impiccata con un lenzuolo. Aveva 55, era etiope. È accaduto pochi giorni fa nel carcere di Teramo. Il giorno prima, sempre a Teramo, c’era stato un altro suicidio. Ne sono piene le cronache. I suicidi nelle carceri sono tanti, troppi. Sono già una trentina, e siamo appena a metà anno. Sono meno dello scorso anno, certo, ma c’è poco da festeggiare, anche perché l’estate è appena all’inizio e l’estate dietro le sbarre è il periodo peggiore dell’anno. In alcune carceri, poi, insieme al caldo e alla solitudine si fa sentire anche la mancanza d’acqua. Un inferno.

E, allora, c’è chi da questo inferno fugge ammazzandosi. Lo dicono i numeri che non mentono e fanno paura. Raccontano una strage silenziosa, inarrestabile e che spazza via i più fragili. Si ripetono ogni anno, simili a se stessi. A volte va peggio, e i morti aumentano. A volte va meglio, e i morti diminuiscono. Nei primi sei mesi dell’anno sono diminuiti. L’ultimo dato disponibile è del 5 luglio: secondo Ristretti Orizzonti siamo a 85 morti in totale; 30 i suicidi. Erano stati 186 nel 2011 e, di questi, 66 erano stati i suicidi. Numeri del tutto simili a quelli del 2010. Spiega Francesco Morelli, di Ristretti Orizzonti, che «in cella ci si toglie la vita 20 volte più di quanto non avvenga all’esterno. E il tasso di decessi in generale è quasi 4 volte quello che si registra nelle carceri turche».

In cella ci si ammazza impiccandosi. «Spesso – dice ancora Morelli – a cedere sono persone al primo arresto, o nelle prime fasi della detenzione, quelle più incerte». Ma c’è chi decide di farla finita quando arriva la condanna o quando qualcosa vanifica la speranza che l’aver pagato il conto con la giustizia sia servito a qualcosa, e che fuori ci sia una vita, o qualcosa che le somigli, ad attendere.

A volte, poi, si ricorre alle bombolette dei fornelli. E, però, in questi casi rimane spesso un dubbio se non ci si trovi di fronte a un errore commesso da chi, volendo evadere almeno con la testa, voleva soltanto sballarsi col gas. Non sono pochi casi, e sono quelli che fanno sballare i numeri della contabilità tra ministero e associazioni. Con corollario di polemiche. Come nel caso di chi prova ad uccidersi in cella ma viene trovato ancora vivo e portato fuori del carcere per essere salvato. Se muore oltre il muro di cinta non finirà nelle statistiche carcerarie. E, infatti, al ministero della Giustizia forniscono numeri diversi: al 5 luglio risultano 51 decessi dei quali 27 suicidi. Poco importa, i morti sono comunque troppi. E spesso sono giovani: 37 anni in media per i suicidi, 39 in generale. E, adesso, arriva l’estate.

D’estate tutto peggiora, spiega Stefano Anastasia, presidente onorario di Antigone, «non soltanto per le condizioni ambientali che sono facilmente immaginabili, ma anche per lo stato di relativo abbandono che si crea». Ecco, allora, la solitudine, il sistema che rallenta perché fuori si va in ferie e così anche per avere una risposta dai magistrati ci vogliono giorni e giorni. «Diventa più difficile – dice ancora Anastasia – anche coltivare le relazioni familiari».

Eppure, negli ultimi mesi si erano spesi con tutta la loro autorevolezza Benedetto XVI e il Presidente della Repubblica. Anche il ministro della Giustizia Paola Severino aveva messo le carceri tra le priorità e presto era arrivato il pacchetto svuota-carceri per contrastare il fenomeno degli ingressi inutili, che si risolvono in un mero transito in attesa della udienza di convalida e che, però, concorrono al sovraffollamento. A ciò si era aggiunto l’innalzamento da 12 a 18 mesi della detenzione che è possibile scontare ai domiciliari. A distanza di circa 6 mesi si può fare un bilancio.

Il ministro Severino giorni fa aveva parlato di risultati «incoraggianti» ed effettivamente i numeri hanno rispettato le previsioni: ad essere interessati dal pacchetto sono stati circa 6000 detenuti. Nessun abbattimento, insomma, ma un rallentamento che ha evitato di arrivare a una situazione esplosiva. Secondo Anastasia, però, si tratta di numeri che non cambiano di molto la situazione. «Si è trattato di un segnale di attenzione del governo – osserva – ma servono misure più drastiche».

Il punto dolente è ancora quel meccanismo infernale che negli ultimi anni ha spalancato le porte delle carceri a molti, impedendo che ad altri venissero aperte, favorendo così il sovraffollamento. Sul banco degli imputati ci sono la legge sulla droga da un lato e la ex Cirielli dall’altro, la legge voluta dal centrodestra per rivedere al ribasso i tempi della prescrizione. Ma nelle pieghe di quella legge ci sono anche norme sulla recidiva che, di fatto, hanno reso difficile l’applicazione di misure alternative ai detenuti. E le celle scoppiano.

Gli ospiti delle carceri al 30 giugno erano 66.528, la capienza regolamentare dei 206 istituti è soltanto di 45.584 detenuti. Per gli altri, comunque, un posto si trova. Magari trasformando spazi destinati alla socialità in celle, infilando letti lì dove avrebbe dovuto esserci tutt’altro, finendo così per rendere i muri delle celle sempre più spessi, le finestre sempre più piccole; il tempo, vuoto e infinito.

Ad uccidere, infine, è il silenzio. Una cortina impenetrabile è tornata a separare il mondo di dentro da quello di fuori. Quegli appelli del papa e del Capo dello Stato, pur così autorevoli, non hanno avuto seguito. Sono rimasti i radicali a chiedere l’amnistia. Troppo poco. La vera chiave di volta potrebbe allora essere il disegno di legge sulle misure alternative per cui il ministro Severino aveva chiesto una corsia preferenziale. Ma i partiti parlano d’altro, e sulla giustizia sembrano un relitto della scorsa legislatura. E in cella l’indifferenza continua a uccidere più del caldo o della mancanza di spazio. Per dire: soltanto 38.771 detenuti sono stati condannati in via definitiva. Degli altri, un giudice potrebbe ancora stabilire l’innocenza. Nel frattempo, aspettano in cella. Spesso, perdono ogni speranza. E qualcuno alla fine cede.

Questo articolo è uscito sul Messaggero l’8 luglio 2012

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