ALESSANDRO CALVI. GIORNALISTA

Il rapporto del parlamento: «Lo Stato tortura in carcere»

di Alessandro Calvi / 8 marzo 2012 / Articoli, Carceri, Diritti, Politics

Torturadi Alessandro Calvi – Nelle carceri lo Stato viola la legalità; si è arrivati a forme di tortura che non sono state punite soltanto perché nel codice penale quel reato ancora non c’è. Ecco, perché è «urgente» introdurlo. A dirlo, adesso, è la commissione Diritti umani del Senato, ossia lo stesso Parlamento italiano. Il quale, peraltro, sarebbe anche l’unico soggetto in grado di riparare a quella lacuna.

Il ragionamento è contenuto nel Rapporto sullo stato dei diritti umani negli istituti penitenziari approvato martedì scorso. In quel documento si parte da una recente sentenza del tribunale di Asti che ha mandato assolti «agenti della polizia penitenziaria responsabili, senza alcuna possibilità di dubbio, di torture su detenuti, per mancanza della norma necessaria». Insomma, «è una sentenza che dimostra in modo incontrovertibile l’esistenza di un vuoto al quale è necessario rimediare immediatamente».

La lacuna si spiega con una difficoltà culturale delle istituzioni democratiche ad accettare che lo Stato possa essere autore di atti di tortura. Inoltre, si è sostenuto che gli strumenti per colpire certe condotte esistevano già, anche se la vicenda di Asti dimostra che così non è. Infine, qualche resistenza è giunta da chi temeva si volessero colpire le forze dell’ordine. «Ma – spiega il presidente della commissione, Pietro Marcenaro – non è così e, anzi, l’introduzione di questo reato è anche a tutela della dignità e dell’onore delle forze dell’ordine».

Su come procedere, il Rapporto è chiaro: «Non c’è nulla da inventare: la definizione di tortura e trattamenti inumani e degradanti è già scritta con assoluta precisione nella convenzione delle Nazioni Unite che l’Italia ha già sottoscritto e ratificato». L’idea è di unificare i diversi testi esistenti «per dare vita ad un solo testo comune» e «chiedere che venga quanto prima messo all’ordine del giorno, discusso e deciso».

Quello sulla tortura, però, è soltanto un passaggio all’interno di un ragionamento che si sviluppa per decine di pagine ricche di notizie ma anche di orrori dei quali il nostro Paese è responsabile. Non a caso, nella introduzione si legge che «ogni violazione dei diritti umani non è solo un fatto eticamente riprovevole ma una vera e propria violazione della legalità» e che «affermare che la condizione dei detenuti costituisce una violazione della legalità da parte dello Stato non è una forzatura frutto di una pur legittima indignazione ma una pertinente considerazione tecnica».

Il problema dei problemi è il sovraffollamento. Al 29 febbraio i detenuti presenti nei 206 istituti di pena erano 66.832 contro una capienza di 45.742. Soltanto poco più della metà di questi stanno scontando una condanna definitiva. Gli altri, invece, sono in attesa di giudizio, contribuendo, loro malgrado, al sovraffollamento. È questa una spia di dove si devono cercare le cause del problema che non risiedono necessariamente nella scarsità di risorse a disposizione.

È anzi lo stesso Rapporto che fa notare che «in questa illegalità non c’è nulla di contingente, frutto di una situazione particolare resa ancora più drammatica dalla crisi economica e dalla scarsità di risorse, e destinata ad essere prima o poi superata». «Essa – si legge – è invece la diretta conseguenza della quasi assoluta identificazione della pena con il carcere». A voler essere ancora più chiari, allora, si deve considerare «il forte impatto che alcune leggi recenti hanno avuto sull’alto tasso di crescita della popolazione carceraria».

Per «leggi recenti» si intende prima di tutto la Fini-Giovanardi del 2006 sulla droga la quale, si legge nel Rapporto, «ha determinato un aumento considerevole della presenza in carcere di tossicodipendenti da una parte e di soggetti con condanne brevi o brevissime per violazione della norma dall’altra», tanto che «circa metà della popolazione detenuta è interessata nell’uno e nell’altro modo dal fenomeno». Ci sono poi da considerare gli effetti perversi della ex Cirielli, legge ad personam per eccellenza, servita per tagliare la prescrizione. Ma nel Rapporto che, vale la pena ricordarlo, è passato con un voto unanime, si fa notare che «per i recidivi sono stati introdotti inasprimenti di pena e il divieto della prevalenza delle circostanze attenuanti sulle aggravanti ed è stata fortemente irrigidita la possibilità di ottenere misure alternative». Insomma, se la Fini-Giovanardi ha spalancato inutilmente le porte del carcere per molti, con la ex Cirielli quelle porte sono state richiuse quando però le celle erano ormai stracolme.

Davvero un capolavoro, questo, al quale il legislatore deve porre rimedio, se in questo Paese siamo arrivati alla permanente violazione dei diritti umani dei detenuti, sfociata addirittura in atti di tortura.

Questo articolo è uscito sul Riformista l’8 marzo 2012

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