ALESSANDRO CALVI. GIORNALISTA

Le carceri, il Guardasigilli e il tabù della tortura

di Alessandro Calvi / 22 febbraio 2012 / Articoli, Carceri

torturadi Alessandro Calvi – Quanto meno il tema è «da approfondire». E il tema è l’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento penale. Se a dirlo, e per di più in una sede formale come il Senato della Repubblica, è il ministro Guardasigilli Paola Severino, si può considerare un impegno. Di certo, è una nuova presa d’atto dei guasti – ma è un eufemismo – del sistema carcerario italiano.

Il punto di partenza è una recente, e storica, sentenza del tribunale di Asti su una storiaccia che ha visto protagonisti, loro malgrado, due detenuti i quali avevano denunciato gravissimi abusi che alcuni agenti penitenziari avrebbero compiuto ai loro danni. Nel processo era stata ammessa come parte civile l’associazione Antigone. L’accusa aveva contestato il reato di maltrattamenti. Ebbene, alla fine uno soltanto dei cinque imputati è stato assolto per non aver commesso il fatto mentre per altri due il reato è stato derubricato in abuso di autorità contro detenuti e dichiarato prescritto; per altri due agenti, infine, è stato riqualificato in lesioni personali per le quali, mancando una querela di parte, non si procederà. E, però, lo stesso giudice nelle motivazioni della sentenza aveva poi spiegato che certi episodi erano provati e che «i fatti potrebbero essere agevolmente qualificati come tortura». Non esistendo, però, questo reato, la soluzione non poteva essere che quella che è stata: reati derubricati e un sostanziale nulla di fatto.

«Ho letto la sentenza. Il problema non è la prova dell’esistenza dei fatti», ha ribadito ieri il minsitro. «Certo – ha proseguito – il reato di tortura ha tutto un altro spessore, non è semplicemente la lesione personale, non è neanche il maltrattamento, è qualcosa di più sottile, di più forte». «Secondo me – ha detto ancora la Severino – le resistenze all’introduzione di questo reato hanno un carattere psicologico collettivo. Nessun paese vuol sentirsi dire che si pratica la tortura nei suoi confini».

E, però, adesso il tema sarà oggetto di un approfondimento, quanto mai necessario se soltanto si ricorda la condizione nella quale sono costretti a vivere prima di tutto i detenuti, ma anche il personale che lavora nelle carceri; una condizione così drammatica che dal 2000 ad oggi sono stati circa 700 i detenuti che si sono suicidati in cella, e 85 le guardie penitenziarie. È una strage silenziosa. Peraltro, in molti casi si tratta di detenuti «non definitivi»: ad oggi sono 27mila dei quali, ha ricordato il ministro, «13mila in attesa di primo giudizio». E questo, ha aggiunto, «è un dato impressionante per un giurista, perché una cosa è scontare la pena quando c’è stata una condanna, altro è stare in carcere quando una condanna non c’è stata». È chiaro che questa condizione pesa, come è chiaro che, comunque, «ogni suicidio è una sconfitta dello Stato, una sconfitta – ha concluso il ministro – della funzione riabilitativa della pena». Se è così, dall’inizio dell’anno lo Stato è già stato sconfitto ben 10 volte, tanti quanti sono stati, in poco più di un mese e mezzo, i suicidi dietro le sbarre.

Questo articolo è uscito sul Riformista il 22 febbraio 2012

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