ALESSANDRO CALVI. GIORNALISTA

Paradossi: le carceri sovraffollate e quelle (38) rimaste vuote

di Alessandro Calvi / 10 gennaio 2012 / Articoli, Carceri

carceridi Alessandro Calvi – Troppo facile entrare in carcere; troppo difficile uscirne. E le carceri sono troppo poche e troppo affollate. Per non dire di quelle esistenti ma non utilizzate, magari perché manca una strada per arrivarci. Altro che Kafka, è un labirinto prodotto da scelte contraddittorie nel quale è facile perdersi, a volte per sempre.

I mattoni con i quali è costruito questo labirinto sono le scelte, spesso contraddittorie, del Parlamento. Infatti, a spiegare i numeri da paura che tutti insieme rappresentano l’emergenza carceri c’è anche una miscela tossica composta dalla legge Fini-Giovanardi e dalla legge Cirielli.

«L’emergenza carceri – spiega infatti Stefano Anastasia, presidente onorario di Antigone – non è determinata da uno o più avvenimenti in particolare, come capita appunto con le emergenze, ma è il frutto di alcune scelte politiche. È per questo che l’Italia, che per quarant’anni ha avuto una popolazione di detenuti oscillante tra le 24mila e le 45mila unità, ora fa i conti con numeri molto più alti». «Dal punto di vista normativo – dice ancora Anastasia, il quale collabora anche con A Buon Diritto di Luigi Manconi – il problema principale è la legge sulla droga, che produce molti ingressi negli istituti. Poi, le modifiche della legge Cirielli sulla recidiva hanno bloccato l’applicazione di misure alternative». Insomma, da un lato si gettano sempre più persone in cella, dall’altro si rende sempre più difficile che queste possano uscire.

Come stupirsi, dunque, se i numeri sono da vero e proprio allarme civile? Non si può. E i numeri è ancora l’associazione Antigone a fornirli. Ripeterli non è male. Al 30 settembre 2011 i detenuti erano 67.428 – dei quali soltanto 37.213 condannati in via definitiva – per una capienza complessiva pari a 45.817 e ben 23.915 detenuti in eccesso. Da questo punto di vista la maglia nera spetta al carcere di Lametia Terme che vanta una capienza di 30 posti e ospita 91 detenuti, con un indice di sovraffollamento che sfonda quota 300%. Ma sono 22 le strutture che ospitano molto più del doppio dei detenuti che potrebbero ospitare. A scorrere la lista si fa il giro d’Italia: da Brescia a Varese, da piazza Armerina a Pozzuoli, da Milano San Vittore ad Ancona; e poi, ancora: Mistretta, Locri, Lecce, Taranto, Treviso, Castrovillari, e ancora tante altre.

Peraltro, non è più un segreto – ma lo era soltanto per chi aveva voglia che tale rimanesse – che vi è una stretta relazione tra sovraffollamento e suicidi. Quella che si consuma silenziosamente dietro le sbarre è una strage che, tranne qualche caso, non fa notizia, seppure ultimamente – sarà l’insistenza dei radicali, saranno i ragionamenti di voci impossibili da non ascoltare come quella di Giorgio Napolitano e Benedetto XVI – qualcosa, forse, sta cambiando. Fatto sta che nel 2011 i detenuti morti in cella sono stati 186, di questi, 66 sono stati sicuramente suicidi; età media: 38 anni. Soltanto in un caso su 186 c’è la certezza che si sia trattato di omicidio.

Se tutto ciò è vero, ecco però che la risposta dei governi è stata spesso una soltanto: piano carceri. Bene. Ma non può essere soltanto l’edilizia la via d’uscita. Si devono valutare anche altre strade. Spiega ancora Stefano Anastasia: «Si potrebbe scegliere di ridurre la pressione penale su alcune condotte e, insieme, superare la monocultura del carcere». Ossia: «Per alcuni reati si potrebbe non pensare alla sanzione del carcere in via principale e immaginare altre forme di reintegrazione sociale del danno, limitando il carcere ad alcuni reati che denotano una reale pericolosità». E poi c’è il nodo della custodia cautelare in carcere. Bene le intenzioni del governo sulla eliminazione delle cosiddette porte girevoli, osserva Anastasia, anche se restano le obiezioni sulla carenza di strutture; e non ci si deve dimenticare che «oggi c’è comunque un momento di controllo e garanzia rappresentato anche dalla semplice visita medica. Di uno che resta in camera di sicurezza, invece, rischiamo di non sapere più nulla».

E, ancora: se pure si costruissero nuove strutture, continuerebbe a mancare il personale del quale, spiega Anastasia, non si tiene mai conto quando si scrivono i piani di edilizia carceraria, neppure dal punto di vista delle previsioni di spesa. La storia del carcere di Gela, in questo senso, è esemplare. Progettato nel 1959, costruito a partire dal 1979, è stato inaugurato già tre volte ma è sempre rimasto chiuso: manca il personale per farlo funzionare. Ma ci sono storie ancor più assurde. Le carceri fantasma – quelle costruite negli ultimi 20 anni ma inutilizzate o decisamente sotto utilizzate – sono tante: 38. E alla mancanza di personale si aggiungono particolari che ci sarebbe da ridere, se ancora qualcuno ne avesse voglia.

Il carcere di Arghillà in Calabria è pronto. È addirittura all’avanguardia. Peccato non ci sia la strada per arrivarci. Il carcere di Cropani è occupato dal solo custode; quello di Irsina ha funzionato un anno, ora è un deposito del Comune. Si potrebbe andare avanti per molto. Ma è meglio fermarsi qui e chiedersi: a chi giova costruire ancora? Le risposte potrebbero raccontare qualcosa della recente storia italiana.

Questo articolo è uscito sul Riformista il 10 gennaio 2012

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