ALESSANDRO CALVI. GIORNALISTA

Quel decalogo sulla giustizia che anticipò Forza Italia

di Alessandro Calvi / 10 febbraio 2010 / Articoli, Giustizia & Processi, Montesquieu, Politics, Press, Storie

Forza Italiadi Alessandro Calvi – È un documento in dieci punti, non uno di più. Un vero e proprio decalogo tutto dedicato alla giustizia, con tanto di denuncia di abusi, campagne di stampa «sapientemente orchestrate», promiscuità tra pubblici ministeri e giudici. Non manca quasi nulla dell’armamentario del dibattito sulla giustizia di queste settimane. E però si tratta di un documento che risale al luglio 1993. O, almeno, allora venne spedito ad alcuni selezionati numeri di fax – «Memorandum alla stampa amica», lo definì Federico Orlando, allora vicedirettore del Giornale – da Villa San Martino, Arcore, residenza del non ancora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Come dire: Forza Italia era ancora di là da venire ma la linea sulla giustizia era già chiara ben prima della discesa in campo.

Dieci paragrafi, dunque, nei quali si passano in rassegna alcuni nodi sulla giustizia, si dà una rapida spiegazione del contenuto di alcuni istituti giuridici e si spiega come, di quegli istituti, i magistrati a volte abbiano abusato o peggio. «Una forma di abuso – è l’incipit del primo punto – si può cogliere nell’uso strumentale dell’informazione di garanzia». Il tema, in questo caso, è quello dell’impatto degli avvisi di garanzia sulla opinione pubblica. Si tratta di argomenti dei quali non si è più smesso di discutere. Come di molto altro.

È il caso, per dire, di uno dei futuri cavalli di battaglia del centrodestra: la «promiscuità istituzionale esistente tra pubblico ministero e giudice per le indagini preliminari che, oltre al fatto di appartenere entrambi alla magistratura, condividono persino l’ufficio in cui esercitano le rispettive funzioni». Inutile dire che sembra di ascoltare il Berlusconi di questi mesi quando parla di riforma della giustizia, di avvocato dell’accusa e, ça va sans dire, di separazione delle carriere.

C’è poi la stampa «compiacente». Ed è curioso che se ne parli in un documento che viene offerto alla «stampa amica», come disse Orlando. «Con la trasmissione alla stampa – si legge ancora nel primo paragrafo, ma il tema viene ripreso in altre forme anche altrove – l’informazione di garanzia diviene così, opportunamente amplificata e rimaneggiata da campagne di informazione sapientemente orchestrate e celebrative dell’operato degli inquirenti, una vera e propria sentenza anticipata di condanna che decreta la fine politica e in molti casi la morte civile di coloro che ne sono i destinatari». Insomma, «basta l’invio della informazione di garanzia con la contestuale comunicazione alla stampa compiacente per ottenere l’eliminazione dell’avversario».

Il fax con il decalogo arriva sulle scrivanie dei destinatari il 12 luglio del 1993. Siamo in piena Tangentopoli. «La Fininvest era circondata e nel mirino dei magistrati», dice Fedele Confalonieri, come ricordava Mario Ajello sul Messaggero di ieri. Dunque, non può stupire che dal quartier generale si appronti una difesa aziendale. E di quella linea è prova proprio quel decalogo del quale, di tanto in tanto, riemergono alcune tracce. Una è contenuta nella requisitoria della accusa al processo di primo grado a carico di Marcello Dell’Utri che si concluse con la condanna a nove anni. Attualmente a Palermo si sta celebrando l’appello e, proprio nelle ultime udienze, Massimo Ciancimino ha dato una sua controversa versione sulla nascita di Forza Italia, provocando polemiche a non finire.

Ma di quel decalogo è rimasta traccia anche in un libro introvabile da anni: Il sabato andavamo ad Arcore. A firmarlo fu proprio Federico Orlando, allora vicedirettore del Giornale quando il Giornale era ancora quello di Indro Montanelli. In quel libro si racconta il divorzio tra Montanelli e Berlusconi che si consumò con la discesa in campo del Cavaliere del 1994. E si racconta che, fin dal 1992, ad Arcore si svolsero incontri mensili durante i quali si finiva anche per discutere di politica oltre che della situazione dell’azienda. Gli invitati erano i manager del gruppo che faceva capo a Berlusconi e dunque i vari Dell’Utri, Del Debbio, Tatò, Letta e Confalonieri. E c’erano anche i direttori delle testate del gruppo come Fede, Costanzo o Ferrara. C’era anche Enrico Mentana che ne parla nel suo recente Passionaccia, citando anche un verbale redatto da Guido Possa, compagno di scuola del Cavaliere. Montanelli invece no, lui ad Arcore in quelle occasioni non andava.

Ancora Ajello sul Messaggero di ieri riporta una osservazione di Domenico Mennitti, tra i fondatori di Forza Italia, il quale, nel respingere le tesi di Ciancimino jr, spiega che «la realtà è semplice: a un certo momento, Berlusconi non aveva più referenti nella politica. Non più Craxi, non più Forlani. Letta e Confalonieri gli dicono: accordati con i comunisti. Dell’Utri invece gli suggerisce: no, fai da solo». Berlusconi seguirà il consiglio.

Immagina di “scongelare” il Msi e la Lega. E l’idea non piace al Giornale dove si guardava, invece, alla formazione di un rassemblement centrista. Su questo, iniziò un braccio di ferro che portò alla fuoriuscita di Montanelli e Orlando dal Giornale. Era ormai il 1994: nasce la Voce di Montanelli. E Berlusconi annuncia la discesa in campo. Il decalogo sulla giustizia è di sei mesi prima. Riguarda l’azienda. È, scrive Orlando, la «controffensiva a Mani Pulite». Ma la linea rimarrà la stessa con Forza Italia. E, ora, col Pdl.

Questo articolo è uscito sul Riformista il 10 febbraio 2010

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