ALESSANDRO CALVI. GIORNALISTA

La Fiera, un non-luogo per i congressi e la politica

di Alessandro Calvi / 24 marzo 2009 / Articoli, Politics, Roma, Storie

fieradi Alessandro Calvi [Questo articolo è uscito sul Riformista il 24 marzo 2009] – A Roma mai. «Porta jella», sembra sostenesse Bettino Craxi. Lui nella capitale non fece mai un congresso del “suo” Psi dopo la “presa” del Midas. Ma era la Prima Repubblica. Oggi, evidentemente, la scaramanzia non ha cittadinanza. Nessuno – da Silvio Berlusconi a Gianfranco Fini, da Walter Veltroni a Dario Franceschini – ha resistito alla tentazione-Capitale. Tutti, prima o poi, sono finiti alla nuova fiera di Roma, un grappolo di capannoni ultramoderni in mezzo al nulla, piantati tra la città e il mare, anche se da lì è difficile scorgere sia l’uno che l’altra; è quello che gli architetti chiamerebbero un non-luogo, insomma, più adatto alla frequentazione delle telecamere che a quella degli uomini.

Da lì, la politica può mostrare il proprio profilo migliore, possibilmente in prime-time. Tutt’altra cosa rispetto al tempo che fu; quasi l’annuncio di una Terza Repubblica in rampa di lancio con la nascita del Pdl. Anch’essa, come l’incoronazione di Franceschini alla guida del Pd, il commiato di An dalla scena politica o anche il lancio dei circoli della Brambilla, in scena alla nuova Fiera di Roma.

«Ricordo una battuta del Piccolo Principe: ci vogliono i riti, fanno sì che i giorni feriali siano diversi dai giorni festivi. Ecco, questi eventi sono sembrati un po’ feriali». Come fece Franceschini, anche Mario Morcellini, preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione della Università La Sapienza di Roma, cita Antoine de Saint-Exupéry. E per la politica son dolori. Quello di scegliere luoghi asettici, lontani, isolati per rappresentarsi, infatti, è un segnale che Morcellini ritiene «inquietante», «un segno – dice – della modificazione della democrazia nel tempo moderno. E non è entusiasmante». «Una fiera è un posto dove si fa mercato – aggiunge – ma lì, almeno, c’è un po’ di interazione. Farci un congresso fondativo – il riferimento è al congresso del Pdl – sembra quasi nascondere una logica da auditel». Insomma, dal punto di vista simbolico, Berlusconi avrebbe dovuto circondare l’evento da attenzioni di tipo tradizionale, «giocarsela come una riedizione della Dc. Mi sembra invece che si via la necessità di segnalare elementi di discontinuità e non è detto che la scelta renda nel tempo». Ma il problema oggi non è soltanto di Berlusconi.

Prima, naturalmente, la politica era tutt’altra cosa. Stefano Di Michele sul Foglio, nell’imminenza dei congressi di commiato di Ds e Margherita, ricordava quello di sessant’anni prima della Dc a Napoli. E raccontava di «una mestizia (o una sobrietà) scenografica che oggi non si trova nemmeno nella più scalcinata televisione locale». Marco Damilano in Democristiani immaginari racconta di «platee accaldate, il sudore, la puzza sotto le pesanti giacche scure. L’umanità, la politica. Insomma, il congresso della Dc». Ecco, appunto, la Dc non c’è più e neppure il Pci. Ora, che anche la Fiamma è stata spenta – e si attende che il nuovo nasca – di quelle sedie e di quel puzzo – il puzzo della politica – sembra rimanere poco o nulla.

«Forse è un tentativo, magari inconscio, di allontanarsi dal popolo», ragiona Filippo Panseca. Fu proprio Panseca l’autore della rivoluzione craxiana nel modo di rappresentare la politica e della indimenticata Piramide. È il 1989, l’anno del Muro di Berlino. Nelle ex acciaierie dell’Ansaldo di Milano va in scena un congresso del Psi che cambia davvero tutto. «Abbiamo dato un taglio netto al passato», ricorda Panseca. «Prima – dice ancora – il congresso era solo per gli addetti ai lavori. Alla fine usciva qualche foto sui giornali ma la gente non capiva nulla da quelle fotografie». Ricorda l’attenzione per i media, per il messaggio che, anche attraverso la scenografia, si intendeva dare al popolo e la scelta della città sede del congresso. «Noi giravamo l’Italia – dice – perché Craxi riteneva che così si potesse avvicinare la gente».

E non soltanto Craxi. Il Movimento sociale italiano, ad esempio, scelse Fiuggi per abbattere il suo muro di Berlino mentre qualche anno prima andò a Sorrento per il congresso che elesse segretario Gianfranco Fini. La Democrazia cristiana, prima di arenarsi – guarda caso – a Roma, aveva girato l’Italia, organizzando congressi ovunque, da Trento a Napoli. Infine, il Pci. Dopo settant’anni, mandò in pensione falce e martello e per il commiato scelse Rimini, nel 1991. Tutt’altra cosa, rispetto alla Fiera di Roma.

«Ora è tutto molto scontato. Noi no, noi eravamo diversi». «Noi», dice Panseca e in quel «noi» è sempre compreso Bettino Craxi. «Anche chi negli anni ’80 derideva Panseca – scrive Filippo Ceccarelli nel Teatrone della politica – nel decennio seguente è tornato regolarmente a Canossa». E dopo Craxi venne Berlusconi, e la calza davanti alle telecamere. Tutti allora lo criticarono, tutti oggi lo copiano. Ma ora, spiega Ceccarelli, siamo di fronte «un salto di qualità». Se, come dice Morcellini, ormai siamo alla fiera, «quella di Roma – aggiunge con tono divertito Ceccarelli – è così irraggiungibile che, non soltanto la sostituzione della rappresentanza politica con la rappresentazione della politica diventa programmatica, ma la politica si rende irraggiungibile». Così, chi partecipa a quella rappresentazione «ne diventa prigioniero», anche in senso letterale.

E, così, per chi rimane fuori dal recinto, se la Prima Repubblica era «puzza di sudore» e la Seconda una spolverata di fard, la Terza rischia d’essere soltanto zapping.

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